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Il Social Media Manager a Napoli è una figura molto ricercata dato che anche nel Mezzogiorno le impresse hanno, finalmente, colto la essenziale necessità di digitalizzazione per sfruttare al meglio le infinite possibilità che la rete offre.

 

Quando parliamo di social media manager ci riferiamo ad un professionista che ha studiato – molto probabilmente – marketing e comunicazione ed avrà fatto uno o più corsi come social media manager affinché il proprio know how sia perfezionato e soprattutto per stare dietro alle continue, e giornaliere, evoluzione dei mezzi, dei nuovi media. Talune volte è anche possibile trovare un corso gratuito come social media manager a Napoli, in quel caso, inutile dire, che è un’occasione da prendere al volo!

 

social media manager napoli

Social Media Manager freelance o Agenzia di social media marketing, quale scegliere a Napoli?

Come è più o meno noto a tutti – ma una rispolveratina non fa mai male, diciamocelo – il social media manager freelance Napoli è un libero professionista che lavora tendenzialmente in proprio con clienti, quindi, diretti oppure lavora per conto di altre aziende, tipo agenzia social media marketing napoli che gli esternalizzano le attività. Se ci mettessimo nei panni dell’impresa che ha deciso di investire nel marketing online con occhio puntato sui social media, quale delle due opzioni sceglieremmo? La risposta in realtà è tutta, o quasi, nelle righe precedenti: molte volte il freelance è già il fornitore di servizi delle agenzie di social media a Napoli. Proviamo, però – qualora fosse possibile – a coglierne le differenze:

Nella maggior parte dei casi il social media manager freelance a Napoli ha una competenza maggiore rispetto un dipendente (interno) junior di un’agenzia di social media marketing a Napoli, mentre i neo è che potrebbe avere problemi di organizzazione/gestione del tempo e dei clienti a differenza dell’agenzia che ha sicuramente un account manager ed una amministrazione che si occupi di tutto ciò sollevando, quindi, incombenze dalle altre altre figure professionali. In entrambi i casi, ovviamente ci si occupa della gestione social Napoli.

 

Lavoro social media manager napoli, come trovarlo?

 

Quello del social media manager è un lavoro molto ricercato, chiaramente anche a Napoli. Infatti sono decine e decine le offerte di lavoro in tale direzione, quelle che probabilmente ogni social media manager a Napoli dovrebbe vedere affinché possa posizionarsi su un mercato sempre più in espansione.

Qui alcuni consigli su come cercare in modo semplice sui maggiori motori di ricerca le principali offerte di lavoro:

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Un mio contributo per Negative Space

 

Ho sempre pensato che vivere professionalmente questi anni sia straordinario, nonostante in tanti mi daranno del pazzo. Certo, riesco a concepire ciò da un punto di vista diverso, non comune.
Siamo attori protagonisti (e non) di quello che è uno dei più grandi e radicali cambiamenti che hanno investito la comunicazione: abbiamo assistito alla variazione direzionale del messaggio passando da una comunicazione di tipo verticale ed unidirezionale a quella orizzontale e bidirezionale. Non molto tempo fa vi era il mittente, il medium, il messaggio e il destinatario. Senza diritto di replica. Avete mai visto qualcuno urlare contro un manifesto pubblicitario affisso in strada? Io no.
Per esemplificare e schematizzare il processo appena descritto cito il famoso studioso politico Lasswell che, appena dopo la II Guerra Mondiale, un po’ come i teorici della materia del tempo, cercò di analizzare gli effetti dei mezzi di comunicazione di massa sul pubblico e formulo la seguente affermazione:
“Chi? (Mittente)
Dice cosa? (Messaggio)
Attraverso quale canale (Medium)
A chi? (Ricevente)
Con quali conseguenze? (Effetti)?”

Oggi, invece, siamo immersi nel tempo tempo della comunicazione orizzontale: mittente, medium, messaggio, destinatario e di nuovo messaggio, medium e mittente che diviene, a sua volta, destinatario. Strano? Non proprio. Ci sono centinaia di milioni di persone che quotidianamente comunicano tra loro, con l’esigenza naturale di socializzare, e nel farlo rispondono ad un messaggio di una multinazionale, dopo aver condiviso sul social network un loro selfie.
Non è da sottovalutare che questo tipo di variazione comporta anche una certa flessibilità psicologica e culturale da parte dell’utente: infatti la multimedialità, nella fattispecie, stimola processi cerebrali diversi rispetto a quelli tradizionali e, quindi, richiedere una maggior complessità percettiva ma con una soglia di attenzione diversa.

Mi piace definire la comunicazione dei tempi nostri circolare o reticolare: un sistema dove il classico concetto “da uno a molti”, “Da molti a uno” è superato e sfiora il “da tutti a tutti”. Ognuno può essere produttore di sé stesso. Insomma, una sorta di democratizzazione della comunicazione pare aleggiare sulla nostra società, senza però tralasciare un tema a cui tengo tanto, tantissimo: il Digital Divide. Siamo qui a parlare di tutto ciò e voi a leggermi perché viviamo in un paese industrializzato il cui accesso alla rete è più o meno accessibile a tutti. Ci sono fette intere del globo che non hanno la possibilità di utilizzare le nuove (o ormai vecchie) tecnologie e, quindi, di poter vivere questa enorme rivoluzione. Purtroppo.

Vi lascio e ricordate di comunicare. Sempre.

Di seguito una mia intervista rilasciata al quotidiano partenopeo “Qualcosa di Napoli” che potrete leggere anche QUI

 

 

Eccoci Pasquale, ci siamo riusciti. Vogliamo porti un po’ di domande sulla tua attività professionale che ci affascina molto e che sarà, senza dubbio, parte integrante del lavoro di domani.

Parlaci di te, di cosa ti occupi oggi?
Domanda difficile quindi. Avrei bisogno di un editoriale con cadenza fissa per raccontare cosa faccio. Scherzi a parte, in primo luogo ringrazio la redazione di Qualcosa Di Napoli sempre attenta, focalizzata sui temi caldi che attanagliano la nostra città e con sguardo lungimirante sull’intero quadro nazionale. Arrivo al punto: mi occupo di comunicazione per aziende ed enti, di formazione e di strategie digitali. Ad oggi mangio di pane e web, di social media, di marketing e di tantissimo altro. Tutte materie che ho studiato e che da un po’ di anni insegno. Specializzato in sviluppo brand, sotto l’aspetto comunicativo, curo la nascita di un marchio, il lancio e le strategie digitali. Amo le sfide, e soprattutto amo vincerle ecco perché faccio questo lavoro. Quando, invece, ho un po’ di tempo (3 ore a settimana) provo ad andare in bici e a spegnere il cervello.

Cosa ti piace della formazione?
Cosa non piace, forse, sarebbe la domanda corretta. Adoro la formazione in tutte le sue sfaccettature, e parto da lontano, da molto lontano: credo molto nel concetto di innovazione e penso che gli innovatori siano coloro che vedono dello straordinario nell’ordinario. Da un’esperienza riescono a fornire una visione diversa del normale. Sono coloro che si cibano di prospettive e passione. Il formatore dovrebbe, secondo me, essere un innovatore. Bisogna cercare di dare un’alternativa, attraverso le proprie doti, per osservare il mondo con occhi diversi. E sarà il destinatario della lezione e motivare l’essenza di tutto ciò. Se è predisposto all’ascolto e alla crescita. Poi aggiungo un’altra cosa e prometto che sarà l’ultima: continuo a ripetere ai colleghi e soprattutto a me stesso che fare formazione ci ha dato una possibilità, la stessa che dovrebbero avere tutti: aver consapevolezza delle proprie capacità. Vi chiederete cosa significhi tutto ciò. È semplice, tutto sommato: puoi essere un tecnico, un genio, ma se non sai apprezzare te stesso queste qualità non riuscirai mai ad esternarle. Ecco perché penso che il primo fattore focale da insegnare, come provo a fare sin dal mio primo giorno, sia la determinazione ed il prendere coscienza di quanto si sappia già fare e di quel che sarà. Quindi, consapevolezza e dinamicità sono la ricetta vincente per riuscire ad affrontare le nuove sfide che la società contemporanea ci pone dinanzi. Le persone prima, le cose dopo. Il mio mantra.

Progetti in cantiere?
Anche qui ne sono un po’. Ma posso rispondere brevemente focalizzandomi su quello per cui mi sto impegnando di più. Sto per lanciare una scuola di formazione per dare la possibilità a tutti di accedere al mondo del digitale e di poter mettere le basi per un percorso professionale serio e strutturato affinché si sia pronti per i mestieri del domani. O di oggi, ahinoi. Il lancio di tutto ciò è cosa non facile, fatta di mille ostacoli, ma la caparbietà, la forza di volontà e le competenze stanno facendoci superare decine e decine di salite ripide. Una delle più grandi difficoltà è il combattere il profluvio di “ore fuffa” di sedicenti maestri che si trovano bighellonando in rete. Trovo stiano mandando in narcosi un settore su cui c’è ancora tanto da lavorare. Ma riusciremo anche in questo, ovviamente. Rimanete sintonizzati.

Molte volte, troppe, vedo e leggo tutto ciò che è contro i principi del marketing e della comunicazione. Ecco perché c’è bisogno di fare un po’ di chiarezza e soprattutto piantare dei paletti a mo’ di punti cardine che segnino la retta via. E non è il Messia a parlarvi.

 

Sei un Professionista? Un Imprenditore? Un Personaggio Famoso? Un Serial Killer?

Sì, proprio a te mi rivolgo. E a tanti altri. Se la risposta è affermativa saprai già che hai bisogno di puntare tutto sulla tua persona, sulla tua immagine, sul tuo smisurato ego (non mentirmi) se vuoi fare grandi cose, se vuoi rinforzare la tua identità digitale (e non) e quindi ampliare i tuoi business. Insomma, devi fare Personal Branding, che non è un piatto che servono al ristorante sotto il tuo ufficio.

Ma tu, tutto ciò, già lo fai, o pensi di farlo. Ecco, vorrei provare a scavalcare questo muro ed indirizzarti.

In moltissimi fanno comunicazione di tipo personale puntando a migliorare la propria immagine, ma la vera domanda è: lo si fa nel modo corretto?

La risposta è tutto sommato molto semplice e schematica: senza strategia non andrai lontano. Per essere ottimisti.

È bene che tu sappia che prima di iniziare una qualsiasi attività di Personal Branding (e di marketing in generale) dovrai avere una strategia chiara, definita e a lungo termine. Sennò, ti sforzerai per 2 o 3 mesi al massimo (ed anche qui esagero), sprecherai energie utili che potresti impiegare per le tue attività ordinarie ed infine lascerai tutto. A cosa è servito? Sei troppo intelligente per non conoscere la risposta.

 

Ecco, vorrei insieme a te fissare dei focus, dei punti di orientamento da tenere ben presente prima di iniziare a fare Personal Branding, online e/o offline:

 

  • Definisci in modo chiaro l’obiettivo che vuoi raggiungere. Non puoi iniziare a fare sul serio senza sapere dove voler arrivare. Diventeresti la mosca intrappolata nel bicchiere;
  • Definisci il mercato di riferimento;
  • Stabilisci il Target a cui vuoi rivolgerti;
  • Analizza i tuoi competitor. Sì, spia, studia, monitora. Non aver paura;

Passiamo, ora, alla parte operativa:

  • Scegli il tipo di comunicazione;
  • Decidi tutti i canali attraverso vuoi mandare il tuo messaggio;
  • Imposta il TOV (il tono di voce ) che vorrai usare e ricorda di essere sempre coerente (adattandoti ai mezzi)
  • Diversifica i media e sappi che ogni mezzo ha un tipo di comunicazione.Quindi, la massificazione è pupù; la diversificazione il pane;
  • Se scegli un mezzo devi usarlo per bene e con costanza: non lasciare mai niente a metà. Se non lo usi, desisti. Soprattutto per il mondo social.
  • Stabilisci un piano editoriale calendarizzando tutte le azioni.

Infine:

  • Monitora
  • Ascolta
  • Reportizza.Quest’ultima fase – contrariamente a quanto si crede, importantissima: se sai leggere i dati capisci cosa cambiare, dove virare e come migliorare. Viceversa sarai destinato alla mediocrità. E diciamocelo, noi non siamo abituati alla Mediocrità!

 

Per approfondire il tema ti basta contattarmi. Risponderò velocemente, se ne avrò voglia.

Anche se molti pensano il contrario – ma andare controcorrente è piuttosto semplice – vivere professionalmente questi anni rappresenta un vero ed inestimabile privilegio: se consideriamo che in poco più di 10 anni abbiamo assistito al radicale quanto focale cambiamento direzionale della comunicazione già rappresenta un motivo in più per fermare il tempo e studiare il fenomeno. Anche se non abbiamo gli strumenti atti per poter premere il tasto “Stop”, in parte proviamo ad analizzare quanto accaduto arrogandoci la presunzione di poter, almeno, pigiare il tasto “Play” e farci trasportare, scientemente, dai fenomeni.
La comunicazione di ieri era senza dubbio unidirezionale e soprattutto verticale: c’era il mittente, il medium, il messaggio e il destinatario. Senza diritto di replica. Avete mai visto qualcuno urlare contro un manifesto pubblicitario affisso in strada? Io no. O quasi.

Oggi, invece, viviamo il tempo della comunicazione orizzontale e bidirezionale: mittente, medium, messaggio, destinatario e di nuovo messaggio, medium e mittente che diviene, a sua volta, destinatario. Strano? Affatto. Ci sono centinaia di milioni di persone che quotidianamente comunicano tra loro, con l’esigenza naturale di socializzare, e nel farlo rispondono ad un messaggio di una multinazionale, dopo aver condiviso sul social media un suo selfie.

 

Ora prendiamo in analisi il cambiamento di cui sopra ed applichiamolo alla comunicazione di tipo aziendale, al marketing. Pensate, per caso, vi siano state differenze strutturali? Domanda retorica ovviamente. Cambiata la direzione della comunicazione variano i tempi di trasmissione di un messaggio, ciò comporta tempi di monitoraggio e di risposta ai messaggi dei clienti diversi, del tutto. Non rispondere ad un cliente corrisponde a non interagire, ed è subito “black list” in funzione della tanto desiderata (e ancora troppe volte sconosciuta) umanizzazione del brand. Ma quest’ultimo argomento richiederebbe un approfondimento tale da dover spostare troppo l’attenzione, ecco perché ne parlerò in un contenuto a parte.

 

Le professioni sono aumentate, la confusione anche. Le competenze si inspessiscono, insieme ai necessari mutamenti psicologi e di approccio al lavoro dei responsabili dei dipartimenti del marketing di un’azienda.

Ecco una lista di alcuni vecchi e nuovi fattori con cui le aziende hanno a che fare ogni giorno e qualora non fosse così, di certo c’è qualcosa che non va e potresti (se hai un’azienda) prenderne spunto:

 

  • Trasparenza: comunica i cambiamenti, gli acquisti, gli scambi professionali, insomma, rendi pubblico ciò che fai nei limiti del possibile;
  • Confidenzialità: il destinatario della tua campagna pubblicitaria riceve il tuo messaggio senza chiederlo, utilizza un linguaggio semplice e alla portata di tutti;
  • Fiducia: ispirare sicurezza e curare la reputazione del tuo brand devono essere tradotti in fiducia nella tua azienda da parte dell’utente.

 

Arrivati a questo punto tutto diviene più semplice e lineare, ti trovi dinanzi ad un nitido bivio: subire passivamente i cambiamenti e ricevere il messaggio che qualcuno vuole inviarti o veicolare lo stesso? A te la scelta. Io ho già deciso, da tempo.

Ti sei chiesto perché quella che sembrava essere la tendenza del futuro: i piccoli negozietti del tuo centro cittadino che chiudevano a favore di una sempre crescente quantità di e-commerce, e di GDO, si sia fortemente ridimensionata?

Veniamo ogni giorno bombardati da più fronti e ormai ci è sempre più chiaro che molti lavori e attività lavorative andranno a sparire nel prossimo futuro, ma come al solito, gli esperti che si occupano di stilare statistiche più o meno veritiere, non considerano, quello che io amo definire il “Fattore U” (cioè il Fattore Umano). Noi siamo esseri umani, animali sociali, e in quanto tali necessitiamo di creare relazioni con altri esseri umani.

È grazie al nostro “Fattore U” quindi, che riemerge con forza la necessità di stringere relazioni a livello locale e di rifare, come un tempo, acquisti nel piccolo negozio sotto casa, dove è possibile creare un rapporto di fiducia e più umano con il venditore. Questa tendenza si fonde con i più moderni strumenti di web marketing (necessari alla vendita) ed è in questo contesto che nasce e si evolve il concetto di  Local Marketing.

 

Local Marketing: cos’è?

 

Il Local Marketing è quell’insieme di attività di comunicazione e marketing che un’impresa deve mettere in pratica con l’obiettivo di portare più clienti nel proprio negozio – o punto vendita, accrescendo così la notorietà del brand.

Come saprai già, il web è divenuto sempre più uno strumento per conoscere e approfondire il contesto che ci circonda e che viviamo quotidianamente. Sarà certo capitato anche a te, di cercare, ad esempio, su Google, informazioni sulle attività locali della tua città o di finire in un negozio dopo aver apprezzato la sua Pagina Facebook.

Per cui, se non ti convinci che il local marketing è l’unica strategia per continuare a portare avanti con successo la tua attività, significa che, evidentemente, non tieni alla tua azienda.

 

 

Il valore Social per il Local Marketing

 

Abbandonata l’idea che per riuscire a vendere i tuoi prodotti ti basti solo curare le vetrine del tuo punto vendita, la prima cosa che devi fare per metter su un efficace Local Marketing, è creare la giusta strategia che ti permetta di dar vita ad una forte sinergia tra le tue attività, online e offline, passando ovviamente per le attività di Social Media Marketing.

Tieni presente che i comportamenti d’acquisto sono influenzati dai dispositivi mobile. Google ha da poco rilasciato una serie di dati che evidenziano sempre più questa tendenza. Risulta che il 64% degli utenti mobile consulta il proprio dispositivo prima di entrare in uno shop per acquistare un prodotto e il 76% dei consumatori che effettua queste ricerche visita lo shop fisico entro 24 ore. Si, hai letto bene, il 76%! Di questi, il 28% procede poi, con l’acquisto finale.

E ovviamente tutto questo processo avviene tramite i Social.

 

Eccoti quindi, 5 semplici regole che ho stilato e che ti aiuteranno ad essere più performante nel Local Marketing:

 

  1. Cura e costruisci la tua identità sul web e sui Social;
  2. Pianifica le attività in un piano annuale;
  3. Senza strategia non vai da nessuna parte;
  4. Parla alla tua community;
  5. Sii vicino alla tua community.

 

Infine, ti voglio lasciare una sesta regola che vale sia per le tue vendite online che offline, ricordati: “O ci sei sempre, oppure non ci sarai!”

consulente marketing napoli

Prima di iniziare a leggere, rispondete ad alta voce alle seguenti domande:

Utilizzo Instagram?

Quanto spesso utilizzo Instagram?

Cosa faccio come prima cosa quando apro Instagram?

 

Ecco, una volta risposto a ciò potrete continuare la lettura…

 

Instagram Stories: effimere, coinvolgenti e creative. Tre semplici parole che però descrivono in modo completo la rivoluzione che sta investendo uno dei social che giorno dopo giorno scala la vetta del successo.
Chi di voi non ha mai fatto una storia su Instagram? Non vedo nessuno che alzi la mano. Infatti sono oltre 250 milioni gli utenti che quotidianamente guardano le storie su Instagram e che ci permettono, quindi, di parlarne. Eppure Sembrava ieri (correva l’anno 2016 ndr) quando molti addetti ai lavori ridacchiavano di fronte all’esperimento creativo lanciato delle Instagram Stories. 

Lo storytelling sta cambiando pelle, sempre più vicino all’inestimabile potere emotivo derivante dal visual. Noi tutti siamo, molte volte inconsciamente, affamati di esperienze, di storie. Aspettiamo che qualcuno sia lì pronto a raccontarci di sé; ad ascoltarci. Ed il connubio tra questa famelica necessità è stato colto a pieno dalla piattaforma che ha fatto del Visual la propria fortuna.

 

Vi starete chiedendo come è possibile che uno strumento tanto semplice abbia ottenuto tanto potere. La risposta non è complicata, affatto.

  • Il principio della scarsità ha sempre avuto la meglio nel marketing, applicandolo al velocissimo mondo del web il risultato non può che esser perfetto: se so che una cosa sta per finire corro a vederla, perché tra 24 ore non potrò più farlo;
  • L’autenticità e genuinità del prodotto induce noi tutti ad essere maggiormente attratti da quel contenuto. Molte volte (troppo) ci si dimentica del motivo per cui esistono i social;
  • La semplicità di utilizzo abbatte ogni tipo di barriera;

Sapete tutte queste belle parole come possono essere sintetizzate? Vi aiuto io: coinvolgimento. Punto.

Non ci è voluto molto che le aziende si adattassero, che la piattaforma si evolvesse. In fondo sono le persone a far del business quel che è. Con i giusti accorgimenti – che solo dei professionisti possono avere – si può far sì che le Instagram Stories vincano l’oro alle Olimpiadi del Social Media Marketing.

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